Stefano Fabbri

Stefano Fabbri nasce nel marzo del 1971 da famiglia borghese. Vive e cresce figlio unico in un quartiere popolare di Ravenna fino all’età di 14 anni, quando cambia quartiere e si iscrive al Liceo Scientifico. Di carattere timido e riservato, coltiva la passione per la lettura, e di poco successiva, quella per il cinema. E’ attratto da un lato dalla capacità delle parole di costruire catene di senso, dando vita a storie ed immagini; dall’altro dalla potenza delle immagini, la loro sintassi espressiva così profonda e poetica.
Al Liceo si appassiona alla filosofia, in particolare F. Nietzsche, del quale legge quasi tutto e alla poesia romantica inglese, il Coleridge in specifico. Intuisce in questi anni il potere della parola e ne subisce il fascino, senza tuttavia comprendere il profondo nesso tra significato e significante: tra parola e immagine. Inizia così un percorso formativo e un’inconscia ricerca che lo porta ad iscriversi al corso di Lettere Moderne all’Università degli Studi di Bologna dove si laurea nel 1997 con una tesi sul rapporto tra cinema e letteratura: Il paesaggio tra cinema e letteratura. Da Vittorini a Buzzati.
La tesi viene preparata con il Professore Ezio Raimondi e con la collaborazione della Dottoressa Cristina Bragaglia, esperta di storia del cinema. La tesi ottiene 10 punti e frutta, l’anno successivo, una borsa di studio presso il “Centro Studi Dino Buzzati”.
Con la Dottoressa Bragaglia ha modo di approfondire lo studio del genere noir in letteratura e nel cinema, con una particolare attenzione al passaggio da un mezzo espressivo all’altro durante l’adattamento dei testi letterari per il mondo della celluloide. Tale lavoro porta alla pubblicazione di un intervento sulla miscellanea Patchwork2 edita da Il Castoro, dove viene fatto un parallelismo tra l’utilizzo delle immagini nella letteratura di nuovi giovani autori contemporanei e l’utilizzo di un particolare montaggio in altrettanti giovani registi.
A questo periodo risalgono le prime serie prove di scrittura che approderanno a svariate pubblicazioni di racconti sulla rivista letteraria Fernandel, e al debutto col romanzo Viserbella Outliners, sempre con lo stesso editore.
Inizia un lavoro di stretta collaborazione con la redazione, per la quale, oltre alla continua pubblicazione di racconti, si occupa di una rubrica di interviste a giovani autori.
Dopo un periodo di circa un anno e mezzo l’ambiente letterario gli risulta inadeguato alle aspettative di quel particolare momento di vita, gli pare che le parole rimangano fini a se stesse e siano scollate dal reale e dall’azione. Lascia quindi la casa editrice e si iscrive ad un corso di formazione professionale che lo porta a specializzarsi nell’editing delle immagini bidimensionali, e di lì a poco, nella modellazione ed animazione tridimensionale; le immagini prendono forma e si animano.
Collabora con un team alla realizzazione degli effetti speciali per un film a low budget che vincerà un paio di concorsi legati al genere e verrà poi acquistato da un distributore americano per il circuito dei B movies statunitensi.
Il passo alla programmazione è breve. Le immagini necessitano di un linguaggio che le faccia muovere ed interagire con chi le fruisce. Riesumata quindi una vecchia passione degli anni ottanta per il computer, nella fattispecie per il linguaggio di programmazione BASIC, incomincia a programmare per la realizzazione di videogiochi per il web, siti internet e CD-Rom.
Durante questo periodo tiene per la durata di quasi un anno, una rubrica su un settimanale a diffusione regionale, il Qui Magazine, dedicata alla funzione dell’informatica come porta di ingresso “giovane” al mondo del lavoro. Pubblica inoltre un racconto, scritto su commissione, sul catalogo di debutto di un giovane pittore ravennate.
Una decisiva svolta viene dallo studio della psicoanalisi, da Freud all’analisi transazionale, la cifrematica, la bioenergetica. Si appassiona alle “lezioni” di Lacan che studia nelle edizioni Einaudi. In questo stesso periodo riprende le letture di Nietzsche e la sintesi avviene proprio attraverso la spirito della musica: durante un concerto di musica senegalese, con canti e danze, decide di intraprendere lo studio della musica.
Studia percussioni etniche appassionandosi alla musica e alla cultura afro-brasiliana. Si reca in Brasile per due anni di seguito al fine di approfondire gli studi.
La musica brasiliana nera, profondamente legata ai riti religiosi misterici di stampo animista, gli permette un distacco per lui “necessario” dalla cultura occidentale ed il recupero del rapporto magico tra parola e immagine, tra enunciazione e simbolo. Attraverso questa esperienza rivisita una serie di scrittori a lui particolarmente cari, da Burroughs a Guimarães  Rosa, Selby Jr, Saramago, fino a Foster Wallace e con questi cerca un confronto che sia anche una sintesi di un percorso iniziato nel 1997.
Stefano Fabbri è sposato e ha due figli: Sebastiano e Viola.


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