Quando espletavo il mio dovere di bravo cittadino prestando servizio per dieci mesi nella indimenticata settima compagnia leoni dei Granatieri di Sardegna di stanza in Spoleto, nel mio ordinatissimo armadietto ero solito appendere un foglio con stampato a computer una poesia di Saba, che poi, a periodi, intervallavo con una frase di John Wayne. Riflettendoci a ritroso, con la distanza degli anni, non mi pare oggi vi fosse poi una grande differenza tra le due. Questa la poesia di Saba:
Nella mia giovinezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.
(U. Saba, Ulisse, da Mediterranee)
Saba rivisita in chiave autobiografica la figura di Ulisse. E’ quest’ultima una figura mitica che ha sortito una discreta fortuna nella letteratura italiana, ricorderei almeno l’Ulisse dantesco, Pascoli, Foscolo, Pavese. Eppure l’Ulisse italiano è sempre una figura che non torna o non vuole tornare, non è contento di tornare, e se torna brama per ripartire. Siamo un popolo di marinai, e va bene, di emigranti, come diretta conseguenza, ma questo Ulisse in perenne partenza a mio personale avviso ci rappresenta nella misura della fuga. Fuga dalle difficoltà, fuga nella misura in cui chi parte lascia i problemi dove sono per andare a cercare altrove. Il nostro Ulisse è figlio di un altro Ulisse, cioè di un padre che è assente, lontano, e di una madre che è chioccia. Ecco cosa dice John Wayne:
A man’s got to do what a man’s got to do
A dare forza e poesia a queste poche parole c’è l’immagine cinematografica, il cowboy, imponente, deciso, capace di uccidere se necessario e di menare le mani, di ubriacarsi, domare donne bisbetiche, cavalcare nel tramonto. Eppure anche un uomo capace di sguardi dolci, comprensivi… una figura paterna insomma, ma che racchiude anche la dolcezza materna, un padre senza paura della propria parte femminile. Le parole di Saba sono qui sostituite dalla potenza delle immagini, le espressioni, le battute da copione ben scritto, l’accanimento contro gli indiani, tutta l’interrelazione filmica del personaggio John Wayne. E credo che John Wayne possa rappresentare una certa anima dell’America, almeno fino agli anno ottanta. Il rammarico è invece che Ulisse mi pare ci rappresenti ancora oggi.


