A prova di morte (Death Proof) di Quentin Tarantino è per molti versi un capolavoro. Lo è per la sceneggiatura, lo è per il recupero diligente e puntiglioso della tradizione delle grindhouse, esattamente come Jakie Brown lo era del genere blacksploitation e Pulp Fiction di quello pulp. Ma oltre la sua capacità indiscussa nel sapere reinterpretare in maniera geniale i generi cinematografici, Tarantino riesce sempre ad aggiungere valore e originalità alla tradizione. Nel caso di A prova di morte ad esempio vi ha aggiunto una riflessione sulla stretta relazione tra sessualità e incidenti automobilistici. Questo è un tema molto presente nella cultura americana, a differenza della nostra, e ha degli illustri precedenti in ambito letterario come La mostra delle atrocità e Crash di J.G. Ballard. Nella prefazione al primo di questi libri, Burroughs scriveva: “La Mostra delle Atrocità è un libro intenso e inquietante. Le radici non sessuali della sessualità qui sono esplorate con una precisione chirurgica.”
Quentin Tarantino rinuncia totalmente al discorso dell’uso mediatico delle atrocità, tema invece caro a Ballard, e si spinge oltre sulla rappresentazione visiva della sessualità feticista. Il film si apre con un’inquadratura dei piedi di una delle protagoniste e prosegue con una cura maniacale per i dettagli, evidenziati da una fotografia eccellente che li avvolge spesso sotto luci plastiche, fino allo scontro frontale delle due auto con i moncherini di arti che volano via. La novità è ancora il modo con cui il regista costruisce un crescendo nella ricerca da parte del protagonista Stuntman Mike (Kurt Russel) del piacere attraverso una lenta e capace seduzione. Lo sguardo ironico (la stessa scelta di Kurt Russel come attore principale), i dialoghi serrati, solo apparentemente fini a se stessi, l’atmosfera da film horror, in continuo bilico ma mai eccessivo, tutto concorre all’esplosione dell’orgasmo nello scontro frontale. Nulla viene mostrato fino alla scena dell’incidente, ed in effetti è difficile ascrivere A prova di morte fra le righe del genere horror: di fatto non lo è. Tarantino sa perfettamente che il feticcio è spostamento, traslazione dell’oggetto, e quindi per sua natura impossibile da raggiungere, e difficile da mostrare per intero.
Porto dei santi è assieme a Strade morte il libro di Burroughs che maggiormente preferisco. Non avrei potuto scrivere su questo sito commenti su qualcuno senza includere Burroughs. Questo perché è uno dei miei modelli e un autore che adoro. Vorrei tuttavia evitare di ripetere ciò che di lui è già stato ampiamente detto. Mi limito a ribadire alcuni concetti perché li trovo strettamente attinenti al mio stesso modo di scrivere: William Burroughs non c’entra assolutamente nulla con il flusso di coscienza e non ha nulla a che fare ad esempio con Joyce. Non si tratta neppure di una scrittura “estrema” poiché è sempre molto attenta ed altrettanto efficace. La sua più grande arte è infatti quella di utilizzare la parola, il linguaggio, come piede di porco per scardinare il tessuto cognitivo delle certezze. Per fare questa operazione, che si intuisce non facile, è chiaro che non è sufficiente incasinare la trama, se non sottrarla del tutto, o invertire l’ordine sintattico, scrivere sotto effetto di stupefacenti o cose simili. Il linguaggio deve sapersi insinuare passando da dove meno ce lo aspettiamo. Un abile ladro non cercherà di entrare in casa passando dalla porta principale, perché la troverà blindata e ben protetta. Ancora meglio se le parole sanno scorrere addosso come acqua, ma però nel loro passaggio depongono uova che nel tempo si schiudono producendo il loro effetto.
Quando espletavo il mio dovere di bravo cittadino prestando servizio per dieci mesi nella indimenticata settima compagnia leoni dei Granatieri di Sardegna di stanza in Spoleto, nel mio ordinatissimo armadietto ero solito appendere un foglio con stampato a computer una poesia di Saba, che poi, a periodi, intervallavo con una frase di John Wayne. Riflettendoci a ritroso, con la distanza degli anni, non mi pare oggi vi fosse poi una grande differenza tra le due. Questa la poesia di Saba:
A man’s got to do what a man’s got to do

