Archivio di dicembre 2008

A prova di morte

giovedì, 4 dicembre 2008

A prova di morte (Death Proof) di Quentin Tarantino è per molti versi un capolavoro. Lo è per la sceneggiatura, lo è per il recupero diligente e puntiglioso della tradizione delle grindhouse, esattamente come Jakie Brown lo era del genere blacksploitation e Pulp Fiction di quello pulp. Ma oltre la sua capacità indiscussa nel sapere reinterpretare in maniera geniale i generi cinematografici, Tarantino riesce sempre ad aggiungere valore e originalità alla tradizione. Nel caso di A prova di morte ad esempio vi ha aggiunto una riflessione sulla stretta relazione tra sessualità e incidenti automobilistici. Questo è un tema molto presente nella cultura americana, a differenza della nostra, e ha degli illustri precedenti in ambito letterario come La mostra delle atrocità e Crash di J.G. Ballard. Nella prefazione al primo di questi libri, Burroughs scriveva: “La Mostra delle Atrocità è un libro intenso e inquietante. Le radici non sessuali della sessualità qui sono esplorate con una precisione chirurgica.”

Quentin Tarantino rinuncia totalmente al discorso dell’uso mediatico delle atrocità, tema invece caro a Ballard, e si spinge oltre sulla rappresentazione visiva della sessualità feticista. Il film si apre con un’inquadratura dei piedi di una delle protagoniste e prosegue con una cura maniacale per i dettagli, evidenziati da una fotografia eccellente che li avvolge spesso sotto luci plastiche, fino allo scontro frontale delle due auto con i moncherini di arti che volano via. La novità è ancora il modo con cui il regista costruisce un crescendo nella ricerca da parte del protagonista Stuntman Mike (Kurt Russel) del piacere attraverso una lenta e capace seduzione. Lo sguardo ironico (la stessa scelta di Kurt Russel come attore principale), i dialoghi serrati, solo apparentemente fini a se stessi, l’atmosfera da film horror, in continuo bilico ma mai eccessivo, tutto concorre all’esplosione dell’orgasmo nello scontro frontale. Nulla viene mostrato fino alla scena dell’incidente, ed in effetti è difficile ascrivere A prova di morte fra le righe del genere horror: di fatto non lo è. Tarantino sa perfettamente che il feticcio è spostamento, traslazione dell’oggetto, e quindi per sua natura impossibile da raggiungere, e difficile da mostrare per intero.

Porto dei santi

giovedì, 4 dicembre 2008

Porto dei santi è assieme a Strade morte il libro di Burroughs che maggiormente preferisco. Non avrei potuto scrivere su questo sito commenti su qualcuno senza includere Burroughs. Questo perché è uno dei miei modelli e un autore che adoro. Vorrei tuttavia evitare di ripetere ciò che di lui è già stato ampiamente detto. Mi limito a ribadire alcuni concetti perché li trovo strettamente attinenti al mio stesso modo di scrivere: William Burroughs non c’entra assolutamente nulla con il flusso di coscienza e non ha nulla a che fare ad esempio con Joyce. Non si tratta neppure di una scrittura “estrema” poiché è sempre molto attenta ed altrettanto efficace. La sua più grande arte è infatti quella di utilizzare la parola, il linguaggio, come piede di porco per scardinare il tessuto cognitivo delle certezze. Per fare questa operazione, che si intuisce non facile, è chiaro che non è sufficiente incasinare la trama, se non sottrarla del tutto, o invertire l’ordine sintattico, scrivere sotto effetto di stupefacenti o cose simili. Il linguaggio deve sapersi insinuare passando da dove meno ce lo aspettiamo. Un abile ladro non cercherà di entrare in casa passando dalla porta principale, perché la troverà blindata e ben protetta. Ancora meglio se le parole sanno scorrere addosso come acqua, ma però nel loro passaggio depongono uova che nel tempo si schiudono producendo il loro effetto.
Burroughs come un abile dentista vi sa distrarre, quindi vi fa un po’ male, strattona facendo leva, poi torna a distrarvi, con mestiere ed incredibile tempismo, un attimo prima che vi stanchiate, che chiudiate il libro e lo deponiate. Alla fine il virus è instillato e voi siete contagiati. E’ un obiettivo che cerca, che persegue come un animale che non può prescindere dalla propria natura.

Blues dell’uomo morto
L’Accademia della Morte, fondata da Audrey Carson, fu concepita come un programma di immunizzazione per sviluppare un’immunità generale all’organismo morte. Un vaccino della morte, in effetti. L’immunità è ancora l’arma di maggior affidamento contro i virus, e la morte è un virus che si manifesta in molte forme. L’immunità a un ceppo non dà immunità ad altri. Gli studenti devono esperimentare la morte in molte forme per acquisire un’immunità generale. Sto forse dicendo che dopo aver trattato una morte per fucilazione un laureato non sarà in grado di star di fronte a un vero plotone di esecuzione senza danno? Il punto è, se è immune a quella morte lui non starà mai di fronte a un plotone di esecuzione. Morte è sempre la tua morte. E come ogni virus, deve venire di sorpresa sull’ospite per avere un punto di entrata. Se lui ha già visto quel tipo di morte, non passerà dalla porta. Come trasmettiamo l’esperienza della morte senza la morte fisica? (Porto dei santi, W. Burroughs trad. di Giulio Saponaro, Sugarco Edizioni, Carnago (Varese), 1980).

Umberto Saba e John Wayne

giovedì, 4 dicembre 2008

Quando espletavo il mio dovere di bravo cittadino prestando servizio per dieci mesi nella indimenticata settima compagnia leoni dei Granatieri di Sardegna di stanza in Spoleto, nel mio ordinatissimo armadietto ero solito appendere un foglio con stampato a computer una poesia di Saba, che poi, a periodi, intervallavo con una frase di John Wayne. Riflettendoci a ritroso, con la distanza degli anni, non mi pare oggi vi fosse poi una grande differenza tra le due. Questa la poesia di Saba:

Nella mia giovinezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d’onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d’alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l’alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l’insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.

(U. Saba, Ulisse, da Mediterranee)

Saba rivisita in chiave autobiografica la figura di Ulisse. E’ quest’ultima una figura mitica che ha sortito una discreta fortuna nella letteratura italiana, ricorderei almeno l’Ulisse dantesco, Pascoli, Foscolo, Pavese. Eppure l’Ulisse italiano è sempre una figura che non torna o non vuole tornare, non è contento di tornare, e se torna brama per ripartire. Siamo un popolo di marinai, e va bene, di emigranti, come diretta conseguenza, ma questo Ulisse in perenne partenza a mio personale avviso ci rappresenta nella misura della fuga. Fuga dalle difficoltà, fuga nella misura in cui chi parte lascia i problemi dove sono per andare a cercare altrove. Il nostro Ulisse è figlio di un altro Ulisse, cioè di un padre che è assente, lontano, e di una madre che è chioccia. Ecco cosa dice John Wayne:

A man’s got to do what a man’s got to do

A dare forza e poesia a queste poche parole c’è l’immagine cinematografica, il cowboy, imponente, deciso, capace di uccidere se necessario e di menare le mani, di ubriacarsi, domare donne bisbetiche, cavalcare nel tramonto. Eppure anche un uomo capace di sguardi dolci, comprensivi… una figura paterna insomma, ma che racchiude anche la dolcezza materna, un padre senza paura della propria parte femminile. Le parole di Saba sono qui sostituite dalla potenza delle immagini, le espressioni, le battute da copione ben scritto, l’accanimento contro gli indiani, tutta l’interrelazione filmica del personaggio John Wayne. E credo che John Wayne possa rappresentare una certa anima dell’America, almeno fino agli anno ottanta. Il rammarico è invece che Ulisse mi pare ci rappresenti ancora oggi.

Il Fight Club

giovedì, 4 dicembre 2008

La sua notorietà mondiale è certamente dovuta alla versione cinematografica, eppure questo scrittore ha partorito a mio avviso uno dei più potenti romanzi generazionali degli ultimi decenni. La prima cosa che mi porta a tali apocalittiche conclusioni è che non tutto quello che è stato pubblicato di questo autore americano è al livelli di Fight Club, anzi, alcune produzioni odorano di corso di scrittura creativa ben assimilato, altre invece sono proprio mal riuscite (non cito titoli perché non è questo il punto del discorso). Questo mi fa pensare che il Fight Club gli sia sgorgato da ferite aperte, ancora vivo come sangue. La genialità è il modo significante di rappresentare la nevrosi. Non è allucinazione, lo è anche ma non solo; non è onirico e non indulge al raziocinio. Pensiamo per un istante all’espressione “partorire un’idea”, partorire perché si dà forma e perché quella forma è qualcosa di vivo che crescerà ed avrà presumibilmente un futuro. No. Palahniuk concretizza in forma tangibile la nevrosi del nostro tempo. La modella e ce la sottopone perché possiamo toccarla, sporcarci le mani, annusarne l’odore forte e disgustoso, inebriarcene e farci seppellire, inondare. Poi ci dice anche come dominarla, il Fight Club: decostruzione e destrutturalizzazione dell’io, smantellamento e frammentazione delle certezze. Poi ricostruire, più forte, e ancora distruggere. Sono i ceffoni che nostro padre non ci ha dato, e che a sua volta suo padre non gli ha dato.

La pubblicità ha spinto questa gente ad affamarsi per automobili e vestiti di cui non hanno bisogno. Intere generazioni hanno svolto lavori che detestavano solo per comperare cose di cui non hanno veramente bisogno.
Noi non abbiamo una grande guerra nella nostra generazione, o una grande depressione, e invece sì, abbiamo una grande guerra dello spirito. Abbiamo una grande rivoluzione contro la cultura. La grande depressione è quella delle nostre vite. Abbiamo una depressione spirituale.

Quando sei al Fight Club, tu non sei i soldi che hai in banca. Non sei il tuo lavoro. Non sei la tua famiglia e non sei quello che dici di essere a te stesso.

Riporto questa analisi perché sono convinto che a volte possa fare bene a chiunque prendere una bella rincorsa e andare a sbattere la testa contro il muro, per ricordare quel senso di solidità, di concretezza, di fisicità, che soltanto il reale può restituirci. Oppure cercare un vero amico da provocare, da spingere oltre i limiti alla ricerca della reazione, dello scontro, delle botte. E’ certamente un modo basico di fare, è, se ci pensiamo, quanto fanno i bambini nel momento in cui trasgrediscono volontariamente le regole sfidando i genitori: quello che cercano è il contatto fisico, se si risponde con tenerezza si delude l’aspettativa, lasciando sacche di aggressività inespressa.


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